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Farabutto Estremoriente Mediocre Occidente

Scritto da Michele Marchesini
martedì 11 maggio 2010
Farabrutto – Estremoriente Mediocre OccidenteTra i mille problemi di forma e retorica, ogni volta che sto per iniziare una recensione mi ritrovo sempre di fronte allo stesso dilemma metodologico: A chi rivolgermi? Ad un pubblico che già conosce l’artista e l’argomento di cui sto per trattare, o ad un lettore “vergine”? Problema, questo, traducibile in una domanda più semplice: Quante cose posso dare per scontate e quante devo spiegare?

Questa volta decido di glissare il problema fin da subito, utilizzando un più o meno esaustivo sistema ereditato dal metodo Weberiano: quello del superamento delle problematiche di partenza attraverso una dichiarazione di intenti e valori. Decido, insomma, di ammettere palesemente di descrivere l’argomento in maniera “ingenua”; con la conseguente consapevolezza di quanto la cosa vada a scapito di alcuni lettori e a vantaggio di altri. 

Tutto ciò per dire che i Farabutto sono in tre: Luca, Niccolò e Sbibu. Luca canta e suona la chitarra classica in un maniera che non sempre è “classica”. Niccolò, invece, il mandolino elettrico. E anche lui, a dire il vero, non è che lo suoni in maniera proprio classica, …o forse sì. Però se davanti ci metti un e-bow e dietro, sulla base del momento, un delay, un distorto e un loop-sequencer magari qualcosa di meno classico del solito tende ad averlo!

E poi c’è Sbibu… E qui da che parte si potrebbe iniziare? Beh, da quella che mi viene suggerita dallo stesso opuscolo presentativo che mi ritrovo in mano dieci minuti prima di sentirli suonare. Sbibu suona, citando testualmente, una ground drums: in altre parole, una batteria da terra in cui tutto è, cassa compresa, tendenzialmente suonato con le mani. E ho scritto “tendenzialmente” non a caso, perché ogni tanto, ma non chiedetemi come vi prego, ci scappa anche un piede.  

Sarà per i miei trascorsi, sarà per il perenne rivolgimento dei diversi ambienti e delle varie situazioni musicali del vasto ambito Popular, ma in questo periodo non gradisco molto parlare di un gruppo sfruttando etichette di genere, specie se queste poi, si restringono a definizioni simil-enciclopediche. Per una questione di coerenza e dovere di cronaca però, alcuni elementi del sound “Farabruttiano” ho l’obbligo di riportarli. Ciò, soprattutto, a partire dall’elemento vocale, perchè la voce di Zevio è riconoscibile tra mille. Si lo so a cosa state pensando, …che è sempre così, …che è una cosa che si può dire pressoché di ogni cantante serio che si rispetti. E, probabilmente, è vero. Ma lasciatemi perlomeno dire come alcuni casi meglio si prestino di altri al confronto, e come questo sia uno di quelli. La pasta vocale è impercettibilmente sabbiosa, la parola dura, scandita con fare quasi impettito, in un misto di orgoglio e convinzione. Musicalmente, partendo dalla atipica organizzazione strumentale descritta poc’anzi, si passa dalle divaricazioni sonore a pezzi dritti come treni; dai momenti dalla dinamica delicata a incisivi sfoghi sonori. Se volessimo parlare della parte ritmica, poi, servirebbe in capitolo a parte.  

Molti lo sanno già, e chi non lo sa faccia lo sforzo di immaginarselo: i testi non sono mai risparmiati in quanto a lunghezza. Il “marchio di fabbrica” del gruppo, precisando come non si stia cercando alcun paragone con un prodotto in serie, è rappresentato anche da aspetti come questo. Ad ogni modo, vuoi che l’album lo ho in macchina solo da ieri sera; vuoi che queste righe le sto consumando quasi di getto, preso da una brama che vuole accontentare l’attimo vissuto del live più che la riflessione colta, preferirei evitare di addentrarmi nei testi. Non abbiamo proprio a che fare con dei ragazzini (nessuno di loro me ne voglia!) e non vorrei proprio correre il rischio di ricevere mail di insulti per un giudizio affrettato sui significati che devo ancora, io stesso, approfondire con calma. Come stimolo iniziale, vi dico però che il loro ultimo lavoro ha avuto un periodo di gestazione di ben quattro anni e si chiama “ESTREMORIENTE MEDIOCRE OCCIDENTE”. E già dal titolo, insomma, se ne potrebbero dire di cose. Da dove partiamo? …dalla zona e dalla città in cui viviamo? …dal fatto che molta gente che da lavoro ad altra gente sembra sputare nel piatto in cui mangia e poi mangiare di gran gusto il tutto? …dal fatto che se un titolo del genere lo riproponessimo tra dieci, venti, trent’anni sarebbe ugualmente attuale, controverso e scottante? Ditemi voi, perciò, se con un titolo del genere vi sognereste mai di lasciare i contenuti al caso.