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Intervista ad Unòrsòminòre

Scritto da Michele Marchesini
martedì 09 marzo 2010

Intervista ad UnòrsòminòreConosco Emiliano, musicalmente perlomeno, da parecchio tempo, sin dai tempi dei “Giardino di Alice”, …se qualcuno li ricorda. Di persona, invece, non lo conosco per nulla, ci saremo parlati forse due volte in tutto, ma l’attitudine nel far musica a volte credo più che sufficiente… In occasione della ri-distribuzione del suo album con la Audioglobe colgo l’occasione per un veloce scambio di opinoni.

In diverse interviste che ho letto ti è stato chiesto il significato del nome d’arte. Per un motivo o per un altro, mi sembra di capire tu abbia sempre evitato la risposta…
Ma no, è solo che non mi piace essere didascalico e preferisco lasciare che chi legge usi la sua testa, in fondo il mio nome si spiega da solo a chi prova a capirlo. Ci sono due o tre significati che si intersecano, uno legato alle sfere celesti (di cui mi occupo anche per lavoro), uno alle scale armoniche, uno al mio carattere… ma niente di troppo indecifrabile. Poi c’è un articolo, rigorosamente indeterminativo, e qualche accento buttato lì a dare un po’ di vita. Mi piace come nome, racchiude parecchio di me ed è piuttosto insolito.

Del fatto che il tuo sia un progetto solista se ne è già parlato abbondantemente. Del fatto, invece, di come non sia facile trovare musicisti che accondiscendano a suonare a certe “condizioni” non se ne parla mai. Non credo sia semplice trovare gente disposta a partecipare solo alla fase interpretativa dei brani, anziché a quella creativa.
Inizialmente lo credevo anch’io, ma poi mi sono ricreduto, trovare i musicisti che mi accompagnano è stato abbastanza facile. In parte penso conti il fatto che mi ero “guadagnato sul campo” una certa credibilità come autore. Ma poi sai, credo che il punto sia che superata una certa età, quella in cui tutti scrivono poesie per dirla con Croce, scrivere diventa piuttosto faticoso… per tutti, anche per chi continua a farlo. Così la soluzione di suonare brani altrui senza doversi impegnare nella fase di scrittura diventa una buona soluzione, che consente di suonare senza doverci mettere troppo del tuo. Certo, bisogna avere fiducia nell’artista con cui si suona. Comunque, per dire, lo farei anch’io, se mi capitasse l’occasione; suonare è sempre divertente e a volte avere meno responsabilità è anche piacevole.

Molti, se non la maggior parte, dei tuoi pezzi mi danno l’impressione di nascere da un approccio acustico allo strumento, da una dimensione “divano e chitarra”. Cobain docet?
Ma mica solo Cobain, è abbastanza normale mi pare, l’approccio “sala prove e improvvisiamo” l’ho archiviato da tempo, ammesso l’abbia mai praticato. Anche quando facevo parte di un gruppo le improvvisazioni collettive erano più un divertissement che una fase del processo di scrittura. Comunque certo, il fatto che la composizione dei brani e dei testi sia interamente mia responsabilità rende ancora più marcata la differenza. D’altra parte invece posso dirti che mi capita abbastanza spesso di non poter rendere appieno la struttura armonica di un brano con una sola chitarra, perchè quando compongo inizio quasi subito a pensare all’architettura finale del pezzo, alla parte di basso ad esempio che spesso sviluppo diversamente da quella di chitarra… eccetera. Le versioni acustiche che mi è capitato di suonare sono spesso rivedute e corrette, proprio per sopperire alla mancanza di un’orchestrazione adeguata.

Ho sempre pensato che la cosa più difficile, specie quando si fa le cose da soli, sia concepire gli arrangiamenti: quella serie di accorgimenti, di idee che riempiono e “decorano” ogni singolo brano ma soprattutto che lo rendono un prodotto discografico distante dalla produzione ingenua. Ciò, soprattutto, perché gli arrangiamenti occorre pensarli prima, …molto prima.
Beh, è anche la parte più divertente… mi aiuta un po’ il fatto di saper suonicchiare tutti gli strumenti di base, così da poter immaginare un passaggio di batteria o di basso, o un ricamo di tastiere o di percussioni, senza dover chiedere aiuto a un virtuoso dello strumento. In ogni caso gli arrangiamenti definitivi, quelli sì, sono solitamente frutto di un lavoro di lima e scalpello in sala prove… ascoltare una canzone dagli amplificatori è sempre molto diverso che immaginarsela in testa o strimpellarla con l’acustica. In questo spesso ascolto anche le idee e i consigli dei miei musicisti, come è giusto che sia dato che poi saranno loro a suonare la parte.

Vivi veramente di “cose piccole, di normali innamoramenti quotidiani” o aspiri a qualcosa di più?
Uhm, come dico proprio in quella canzone, e come ripeti tu stesso: un conto è quello che si fa, un altro ciò a cui si aspira. Le cose piccole e gli amori anonimi e stupidi sono cose che “non mi aspettavo poter essere da me”… così mi sorprendo ad accorgermi di essere più “normale” di quanto vorrei, impantanato nella quotidinanità, e i saliscendi ci sono ma sono “troppo rapidi e seminati in mezzo a giorni tutti uguali”, no? 
La vita, la mia almeno, è un continuo lottare tra l’aspirare ad essere “di più” (in molti sensi) e il dover fare i conti con le proprie normali piccolezze.

In una precedente intervista ho citato la tua partecipazione nel disco degli Anteo. Se fossi tu, invece, a richiederne una di un gruppo, magari di Verona, quale sceglieresti?
Mah, vivo fuori Verona da un po’ ormai, non sono sicuro di avere il polso della situazione della scena veronese attuale. Per quanto ne so c’è qualche gruppo o artista veronese che mi piace abbastanza, ma per lo più appartengono a mondi musicali abbastanza lontani dal mio. E poi sono un orso, lavoro meglio per i fatti miei… Uhm, se devo dire un nome forse direi i Farabrutto. In ogni caso credo che qualche collaborazione (e di un certo rilievo) nel mio prossimo lavoro ci sarà, ma con artisti non veronesi. È ancora presto per anticipare qualcosa però…

Per info e contatti:
www.unorsominore.it
www.myspace.com/unorsominore