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Aspettarsi il peggio non aiuta

Scritto da Marco A. Rovatti
martedì 10 aprile 2007
Studio sui rischi del pessimismo

"Se qualcosa può andar male, lo farà", recita disincantata la legge di Murphy. Ma se il popolo dei pessimisti ha da sempre dalla sua parte una folta letteratura fatta di pagine di autori infelici e citazioni di cinica saggezza popolare, oggi gli scienziati avvertono: "Aspettarsi sempre il peggio dalle situazioni non serve a preservarci dalla delusione, neanche quando i fatti confermano le previsioni nefaste". A rivelarlo è uno studio di un gruppo di psicologi americani pubblicato sulla rivista Nature.
Rubrica di Marco A. Rovatti

"E' meglio essere ottimisti e avere torto piuttosto che pessimisti e avere ragione". Lo diceva Albert Einstein, e la ricerca non fa che confermarlo. Il risultato, dicono i ricercatori, conferma che le reazioni delle persone agli sbagli o alle delusioni si riferiscono principalmente alle aspettative generali della vita. "Chi pensa di aver commesso un errore si sente peggio, indipendentemente dal risultato finale, di chi si prefigura più rosee aspettative", spiegano Margaret Marshall e Jonathon Brown, autori dello studio. Che mette al bando i cosiddetti "pensieri bui", frutto di una visione negativa della vita, retaggio della filosofia del "meglio essere pronti al peggio". Così, se l'esito è negativo, il trauma è sostenibile. Se poi fortuna vuole che ci attenda una sorpresa positiva, tanto meglio. Ma si tratta solo di un espediente che, tra l'altro, non funziona.

Lo studio della felicità

La scienza, che da qualche tempo si dedica allo studio della felicità e del pensiero positivo come elisir di sana e lunga vita, ha messo in luce la stretta correlazione tra ottimismo e salute. Vedere rosa, infatti, esorcizza il rischio di ammalarsi e cadere in depressione, e lo stesso sistema immunitario ne esce rinforzato. Ma la cosa più importante è che ottimisti si diventa. Che ribaltato significa: dal pessimismo si può "guarire". In che modo? Smettendo di auto-accusarsi, innanzitutto. Cercando di spiegarsi gli eventi in modo temporaneo, senza darsi una risposta (negativa, ovviamente) che andrebbe ad investire tutti i campi dell'esperienza, con effetti devastanti: l'eventuale insuccesso va circoscritto, senza farne una catastrofe. Mettendo in discussione la tendenza a vedere sempre il bicchiere mezzo vuoto e imparando dagli errori. Mantenendo costante il dialogo con se stessi. E poi, sforzandosi di pensare positivo. Così sarà meno difficile vincere ma, soprattutto, più facile accettare una sconfitta.

Quale potrebbe essere la ricetta della felicità?

C'è chi dedica la propria attenzione soprattutto al piacere, per concludere, dopo aver visitato bordelli sadomaso e assaggiate squisitezze gastronomiche, che questo consiste soprattutto nelle sfide concluse con successo, in quella esclamazione "Ahh"di soddisfazione che ci viene fuori quando abbiamo affrontato e risolto un problema, e ancor di più nella novità. Anche se in realtà le cose sono più complicate di così: ci sono piaceri che una volta assaporati perdono il loro fascino; altri che non ci stancano mai; e altri ancora, come le nostre pietanze preferite, che dobbiamo concederci solo di tanto in tanto se non vogliamo che perdano sapore. E in questo senso, insistono gli scienziati americani, anche il denaro ha un ruolo importante, purché venga utilizzato per vivere nuove esperienze.

Prove sempre nuove

Parliamo di quella gratificante condizione individuata da uno dei padri della psicologia positiva, Mihaly Csikszentmihalyi, e definita flow o esperienza ottimale. È quello che prova chi si impegna per rispondere a una sfida difficile, ma non impossibile, che mette in gioco tutte le sue competenze. Ad esempio uno scalatore che conquista una vetta: sembrerebbe un'emozione riservata a pochi eletti, in realtà è un'esperienza molto diffusa, che sembra comune a tutti gli umani a prescindere dalla loro cultura di origine. Un' interpretazione che spiegherebbe perché la felicità, apparentemente meno utile di altre emozioni salvavita come la paura o il disgusto, ci abbia accompagnato per tutta l'evoluzione: La necessità di conoscere e sperimentare cose nuove è certamente un elemento importante per la nostra specie.

A tutto ciò ha ancora senso?


Forse molta dell'odierna infelicità dipende anche dal fatto che le sfide quotidiane che attiravano l'uomo del paleolitico - combattere, procurarsi il cibo, conquistare una compagna - non hanno più senso nel mondo in cui viviamo oggi. Ossia, detto in altri termini, che siamo programmati per desiderare cose che non ci interessano più veramente, come ricchezza e potere. Ma soprattutto che siamo preda di un subdolo meccanismo biologico che ci rende incontentabili: "I nostri cervelli", disse un famoso ricercatore, "non sono stati programmati per mantenere a lungo uno stato di felicità".

E magari questo non è del tutto negativo.