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Comunicare non significa solamente parlare e informare...
E’ strano: i professori insegnano a scrivere, insegnano a studiare e ritenere delle informazioni, ma ci si accontenta soltanto di verificare se l'allievo ha imparato la lezione e quindi se ha immagazzinato in modo soddisfacente le nozioni. Come espone la materia non è oggetto di giudizio. Così i ragazzi balbettano, si grattano la nuca e incespicano. Comunicare non significa solamente parlare e informare. Vuole dire qualcosa di più. Si comunica per trasmettere qualcosa, per far capire, per influenzare, per ottenere una reazione e raggiungere un obiettivo.
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E' vero che quando ci troviamo di fronte ad un pubblico siamo più tesi, le palpitazioni aumentano, le mani sudano e spesso siamo colti da un groppo alla gola. Questo fenomeno, del tutto naturale e comune a tutti, è chiamato "paura del palcoscenico" e ne sono vittime anche gli attori professionisti. Tuttavia esistono persone, che riescono ad intrattenere un uditorio in maniera non solo piacevole, ma anche efficace. Quando parlano in pubblico, per motivi professionali o anche per semplice conversazione, sanno catturare l'attenzione, seguire un'efficace logica dialettica, ricca di esempi e di informazioni pertinenti. Di solito in questi casi si parla di doti innate. In realtà queste persone applicano consapevolmente tecniche basate su principi precisi, ormai codificati e facili da apprendere
Nella nostra scuola pubblica e privata non si insegna ai ragazzi a parlare
Molto spesso questa reazione non corrisponde alle nostre attese, per questo è importante saper comunicare in modo da ottenere l'effetto desiderato. Tale modo di comunicare racchiude in sé tre concetti basilari:
- Capire
- Mettersi in relazione (empatia)
- Trasmettere
La preparazione puntigliosa: un'arma contro l'emotività
Sembra che anche gli oratori più esperti subiscano una trasformazione negativa nel momento in cui si trovano a dover affrontare un'attenta e spesso critica platea. L'emotività, caratteristica di ognuno di noi anche apparentemente calmissimo, non riesce ad essere repressa in situazioni pubbliche e tende a manifestarsi in modo evidente: per ovviare, almeno in parte, a questo inconveniente bisogna prepararsi; essere preparati significa accettare, con tutta l'umiltà del caso, i consigli di chi ne sa di più. E’ incredibile quanti ottimi dirigenti sottovalutino un momento così delicato come l'esposizione pubblica della loro immagine e della loro parola. Inoltre nessuno dovrebbe mai leggere il testo del proprio intervento. La presentazione risulta piatta e, soprattutto, gli spettatori si innervosiscono. Infatti, essi avrebbero potuto leggere quel testo da soli senza il disturbo di riunirsi nello stesso posto magari dopo viaggi di centinaia di chilometri.
L’ancora di salvezza migliore è sempre una buona preparazione
Il modo migliore per controllare la qualità di ciò che ci prepariamo a dire ad un pubblico è fare parecchie prove davanti ad un registratore, oppure, ancora meglio, davanti ad una telecamera. Ascoltando la propria voce registrata o rivedendo la propria performance alla televisione, chiunque si renderà conto degli errori che commette e dei difetti che emergono dalla propria esposizione. I supporti visivi, poi, dalle fotocopie da distribuire al pubblico alle presentazioni audiovisive, possono arricchire una presentazione verbale. Naturalmente non sono adatti a tutte le circostanze e in effetti, soprattutto nell'ambiente aziendale, vi è un abuso di tali mezzi. E’ bene utilizzare i supporti visivi soltanto per illustrare un concetto, non certo per affermarlo.
Come interpretare i messaggi della platea
Una delle cose più difficili è captare i messaggi che provengono dal pubblico: possono indicare noia, interesse, approvazione e disapprovazione. I grandi attori leggono i segnali provenienti dal pubblico in modo innato: sanno quando forzare la mano, quando attendere l'applauso, quando provocare la risata; tuttavia chiunque di noi può imparare a "udire" il linguaggio non verbale che proviene dai nostri interlocutori. Ecco che l'importanza di saper ascoltare diviene fondamentale. Dialogare non vuol dire soltanto parlare, ma sapere ascoltare. Gli altri si accorgono se noi siamo interessati a loro o meno. Dobbiamo identificarci con il nostro pubblico, renderlo partecipe ed adeguarci ad esso.
Non improvvisatevi comici. Far ridere è una cosa seria!
Anche se l'umorismo è uno dei pochi motivi validi per alzarsi dal letto alla mattina, raccontare storielle è un mestiere. Vi sarà certamente capitato di sentire un conferenziere raccontare una barzelletta e, fra il pubblico, nessuno che sorridesse. Rideva invece come un matto, dietro il suo tavolo con il panno verde, il conferenziere che, riuscendo poi a controllarsi, continuava dicendo: "beh, ora, seriamente..." Raccontare storielle ad una grossa platea magari non sarà una forma d'arte, ma, per farlo con successo, bisogna essere professionisti, commedianti, e bisogna essere addestrati per imparare il tempismo, la scelta delle parole, il modo di dire la frase finale ad effetto e soprattutto bisogna imparare a decidere rapidamente in base all'umore del pubblico se si può raccontare una barzelletta e quale.