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1859 - 2009 A centocinquantanni dalla seconda Guerra di Indipendenza

Scritto da Asso Guide Veneto
giovedì 24 settembre 2009
1859 - 2009 A centocinquantanni dalla seconda Guerra di IndipendenzaQuest’anno si ricorda in molti modi, con conferenze, libri, articoli su periodici e riviste, quel periodo della storia d’Italia chiamato Risorgimento, in cui si videro per la prima volta idee e uomini lottare per raggiungere un’unità nazionale.

«Dagli atri muscosi dai fori cadenti,
dai boschi, dall'arse fucine stridenti,
dai solchi bagnati di servo sudor,
un volgo disperso repente si desta;
intende l'orecchio, solleva la testa
percosso da novo crescente rumor.»

 (Alessandro Manzoni, Adelchi)

Sono alcune righe della tragedia manzoniana “Adelchi”, in cui si narrano le vicende dell’ultimo re dei Longobardi, Desiderio e del figlio Adelchi e dove viene rispolverata un’Italia dei regni romano-barbarici, sottoposta a una serie di dominazioni straniere cui il popolo non sa reagire e che proseguiranno per altri mille anni, da quell’Ottocento che vide la sconfitta di Desiderio e la vittoria di Carlo Magno fino al 1800 del nostro Risorgimento.
 
Quel volgo disperso che viveva in città ancora di costruzione romana ma ormai divenute “ atrii muscosi e fori cadenti”, che lavorava per il dominante di turno versando “servo sudor” doveva rendersi conto, almeno mille anni dopo, che era tempo di sollevare la testa.

Era il 1822, quando quest’opera del Manzoni fu pubblicata, e il Risorgimento era appena iniziato..
Le idee maturate dalla Rivoluzione Francese del 1789 avevano passato le Alpi col Generale Bonaparte da circa tre decenni, e, nonostante la sconfitta napoleonica e la Restaurazione, avevano attecchito e stavano dilagando in tutta la Penisola.

A Verona il nemico era rappresentato dall’Austria degli Asburgo, ma in tutta quella galassia di Stati, Reami e Granducati sparsi per la penisola, il nemico era il regnante di turno, si chiamasse, Francesco o Carlo Felice, Maria Luigia o Ferdinando.

Nel nostro Risorgimento non ci fu reazione di popolo come in ogni rivoluzione che si rispetti. Dalle cospirazioni le masse rimasero estranee, quando non addirittura ostili. Fu una rivoluzione condotta e maturata da intellettuali, i soli che potevano recepire le notizie provenienti d’oltralpe, capirle ed elaborarle. Avrebbero potuto e dovuto comunicarle alla massa per provocare una sollevazione di popolo, ma non lo fecero perché non ne erano capaci. Non ne avevano l’abitudine, non ne avevano il linguaggio e neppure l’umiltà.

Questa gioventù diventata adulta nel periodo napoleonico, seguitava a coltivare il vizio dei propri padri: parlare solo fra di loro dentro le mura di un’Accademia. Nel ’21, nel ’31 e nel ’48 si proveranno a lanciare appelli al popolo, senza risultato, perché il popolo non capiva il loro linguaggio.

Ecco perché la maggioranza di coloro che popolarono le galere e salirono le forche appartenevano a questa èlite che sapeva leggere, scrivere, parlare e viaggiare. Ecco perché, non avendo contenuto popolare, non avendo “popolo” i cospiratori dovettero appoggiarsi alla monarchia Sabauda.