
“Non c’è Dio perché non si sa dove cercarlo” diceva Dostoevskij.
Anche nell’Italia di oggi nonostante più di centomila fra chiese, cattedrali, abbazie, santuari, può sembrare che la riflessione del grande scrittore russo sia attuale.
Spesso si entra in una chiesa come si può entrare in un museo: non per contemplare il vero tramite la
bellezza, il silenzio e la preghiera ma semplicemente per turismo, culturale e non. Il visitatore ammira, certo, ma senza comprendere quei cantici di pietra ed arte elevati per la gloria del Creatore, quella preziosa eredità delle generazioni passate offerta a quelle future che però rischia di restare muta per i consumatori dell’istante e per l’istante.
In Italia i
segni della cristianità appaiono
ovunque, nelle forme più varie, dalla maestà del Duomo che domina il centro storico, al candore della pieve che inonda la campagna. E’ un
tesoro, quello che possediamo, tanto più affascinante quanto diffuso che richiede tutela, amore e passione. E’ il frutto di una
cultura millenaria ricchissima, che si esprime nel linguaggio della bellezza, e la bellezza è sempre una sfida: all’imbarbarimento dei rapporti, all’indifferenza, al pensiero debole che svuota ogni realtà.
La parola più ricorrente, in questa rubrica è “bellezza”. Infatti l’uomo non può che ammirare ciò che è bello: il bello attrae, affascina, emoziona, rompe gli schemi dettati dall’ossessione dell’inutile, dall’ansia del fare, dall’equivalenza tempo-denaro. Anche nelle chiese più semplici e più spoglie, se non c’è proprio niente da ammirare, si coglie il
rumore del silenzio, il
suono dell’infinito che entra nel tempo.
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