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Il vino nella storia

Scritto da Asso Guide Veneto
mercoledì 05 maggio 2010

Il vino nella storiaIl VINITALY, che si è appena concluso alla Fiera di Verona, è la più importante fiera del vino a livello internazionale.
Ma a quando risale la produzione ed il consumo di tale bevanda?
Reperti fossili di tralci di vite ( vitis vinifera) risalenti a due milioni di anni fa sono stati recentemente ritrovati in Toscana, ma per quanto riguarda il vino bevanda si pensa sia il risultato di un caso, e cioè la fermentazione di uva dimenticata in un contenitore e la conseguente scoperta della bontà del suo succo.
Ciò avvenne già nel neolitico, cioè diecimila anni fa.
Non dimentichiamo l’esperienza di Noè con questa bevanda, che come racconta la Genesi lo portò a gustarne un po’ troppo, fino ad ubriacarsi.
Una coltivazione sistematica della vite la troviamo già con gli egizi e con i romani. Ma non troviamo una produzione consapevole di questa bevanda sotto il profilo della sua lavorazione.
Infatti i romani bollivano il succo, ottenendo uno sciroppo che doveva essere allungato con acqua e poi corretto con miele e spezie per poter essere gradevole al gusto.

Il declino dell’impero romano e le prime invasioni barbariche determinarono una notevole regressione nelle colture in generale e ciò favorì l’avanzare delle foreste ed il regredire delle zone coltivate.
La vite si insinuava tra i boschi e le paludi nella pianura e, sulla collina, restava il filo conduttore di un paesaggio umano frammentato ma ancora presente.
Alla resurrezione di una popolazione confusa e dispersa insieme alla reintroduzione della coltivazione della vite si rivelarono fondamentali i monasteri che fin dal Vi secolo popolarono le pianure e le colline.

I monaci benedettini, con la bonifica di vaste aree paludose e boschive riportarono a nuova vita la produzione del vino che la celebrazione del sacrificio eucaristico imponeva.
Non solo.
Essendo i monasteri luogo di sosta per ospiti di alto rango e pellegrini, la disponibilità di vino divenne importante come bevanda da offrire all’ospite di qualsiasi levatura.
Anche nelle città si inseriscono i “broli” (orti) all’interno di spazi chiusi di pertinenza di case e chiese.
A Verona, esiste ancora la piazza Broilo, di fronte al vescovado, che testimonia l’esistenza di un terreno a giardino, orto e vigneto appartenente alla “Casa del Vescovo” fin dai secoli precedenti il primo millennio.

Quando la città aumentò la sua popolazione, in età comunale e poi in età scaligera, la “ cintura verde” di orti con alberi da frutto e viti si spostò più all’esterno, ed esattamente oltre la cinta comunale  ma all’interno di quella scaligera.
Un toponimo che ancora ci ricorda questa situazione in città è quello degli “Orti di Spagna” nei pressi di San Zeno.

Anche la riva sinistra d’Adige, la cosiddetta “Campagnola” fu fino ai primi anni del XX secolo luogo di coltivazione e produzione di frutti, ortaggi e viti ad uso e consumo della città.
Le tecniche di produzione e coltivazione del vino rimangono immutate dal medioevo fino al XVIII secolo quando si affinano grazie ad una ricerca del gusto ed all’introduzione della bottiglia di vetro e del tappo di sughero.

Il XIX secolo vede la strage delle viti causata dall’oidio e dalla fillossera, malattie della vite provenienti dall’America.
Per poter avere ancora viti e vino si dovette ricorrere ad un innesto dei pochi vitigni sopravvissuti sopra viti di origine americana, resistenti a questi parassiti.
Solo nel XX secolo la regolamentazione della produzione con la definizione dei territori di origine del vino, portò ad una riduzione della quantità prodotta con conseguente migliore qualità.