14 Febbraio - San Valentino.
A Verona nel Segno di Giulietta Capuleti
C’è la celebrazione dell’AMORE, nel segno di Giulietta.
Quel sentimento che, per dirla con Dante, “ muove il sole e le altre stelle”.
Ancora oggi, nel mondo cibernetico e frenetico in cui nuotiamo, L’AMORE continua a far rima con cuore.
Nessun innamorato oserà eludere questa giornata celebrativa che ricorre sempre il 14 FEBBRAIO, FESTA DI SAN VALENTINO E DEGLI INNAMORATI.
Dante Alighieri, che visse a Verona al tempo di Bartolomeo della Scala e di Cangrande I, cioè dal 1304 al 1320, parla nella sua Commedia di queste famiglie appartenenti a fazioni diverse in lotta fra loro.
”VienI a veder Montecchi e Cappelletti, Monaldi e Filippeschi, tu, uom sanza cura” dice il Poeta rivolgendosi all’Imperatore nel Canto VI del Purgatorio.
Dunque un riferimento alle famiglie ce l’abbiamo ed anche da una fonte attendibile e quasi contemporanea quale il sommo Poeta.
Si, perché la domanda nascosta è: ”leggenda, mito, verità storica”? Sappiamo dalle fonti storiche che le due famiglie esistevano ed appartenevano a fazioni opposte, non ci sono riferimenti storici per due infelici amanti figli delle famiglie in questione, ma, certamente l’amore contrastato è una realtà che appartiene alla vita di ogni giorno, anche oggi e quindi, vogliamo credere, anche nel XIII secolo.
Le fonti letterarie risalgono al XVI secolo con la pubblicazione del volume di Novelle scritto da Luigi da Porto, dove vi era anche quella dei due infelici amanti di Verona.
Ma fu certo merito di William Shakespeare, che da questo testo del Da Porto trasse ispirazione, di aver trasformato questa storia in poesia pura, dove ogni singola parola è pensata e scelta con maestria e saggezza:
Presso i “Portoni della Bra” sono incisi nel marmo i versi di Shakespeare che descrivono la disperazione di Romeo, condannato dallo Scaligero all’esilio a Mantova, dopo il duello in cui , pur non volendo, uccise Tebaldo, cugino di Giulietta.
“Non esiste mondo. fuori delle mura di Verona” dove io possa vivere se non c’è Giulietta. L’esilio da Verona è esilio dal mondo, e l’esilio dal mondo è morte.
Sono parole che già escludono una possibilità di vita lontano da Giulietta, quasi un presagio delle nozze eterne dell’Amore e della Morte.
Potenza della Poesia!!
Quando nel 1822 Verona fu letteralmente invasa dalle “teste coronate” qui riunitesi per l’ultimo Congresso, dopo quello di Vienna, del 1815, che doveva rassicurare le loro maestà contro avventure come quella napoleonica appena finita, molti di questi nobili ospiti fecero visita alla tomba di Giulietta. Sappiamo che Maria Luisa d’Austria, ex moglie di Napoleone, portò con sé alcuni pezzi di marmo appartenenti alla tomba di Giulietta, per farseli montare a collier una volta a casa.
Il poeta inglese, Byron, pure, prese alcune pietre per portarle alle sue figlie, in Inghilterra, quali romantiche reliquie della povera Giulietta.
L’Arciduca Giovanni D’Austria comprò addirittura il coperchio del sepolcro e se lo fece portare in Austria. Ed il conte e poeta francese Renèe de Chateaubriand, anch’egli presente a questa nobile kermesse, scriverà in seguito: “nessun viaggiatore, passando per le campagne di Verona e sentendo cantare l’allodola, potrà fare a meno di pensare a Giulietta e Romeo.
Eh già……………….in quella unica ed ultima notte magica che i due ragazzi poterono passare interamente assieme, dopo il matrimonio segreto celebrato da frate Lorenzo, Giulietta si sveglia e mormora: Romeo senti..l’usignolo, canta nella notte…
E Romeo risponde: No, Amore, è l’allodola, l’araldo del mattino, che annuncia l’arrivo del giorno ed anche il momento in cui devo lasciarti.”
La poesia con cui è descritta questa tragedia ha ispirato nei secoli, poeti e scrittori, drammaturghi e pittori, musicisti e coreografi, non ultima la rappresentazione musicale di Riccardo Cocciante in Arena, che tanto concorso di pubblico ha ottenuto.
E’ un bisogno profondo e inspiegabile, il bisogno d’amore, il dare e ricevere questo sentimento che da’ gioia e dolore, ma senza il quale la vita non ha sapore.
E la poesia di Shakespeare ha saputo esprimere a parole tutto il potenziale del sogno e la forza fantastica che il vero non possiede, e di cui l’umanità ha bisogno.
Nei versi che concludono l’ultima tragedia di Shakespeare, “La Tempesta” , sta
una semplice piccola verità: NOI SIAMO FATTI DELLA SOSTANZA IN CUI SI RITAGLIANO I SOGNI, E LA NOSTRA PICCOLA VITA, TUTTA SI COMPRENDE IN UN SONNO”.
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