Poker di Patrick Marber – La vita attorno a un tavolo

Il poker è come la vita: quando, a volte, tutto si gioca in una sola mano. È il cuore dello spettacolo “Poker” (nell’originale del 1995, “Dealer’s Choice”) frutto del genio del drammaturgo inglese Patrick Marber.

La storia – La trama racconta le vicende di un gruppo di lavoratori di un ristorante di Londra che si riuniscono nel retro del locale a giocare a poker texano. L’unica vera passione che li accomuna e che li spinge a ripetere questo rituale ogni domenica sera, quando possono fare tardi approfittando della chiusura settimanale del lunedì.

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Attorno al tavolo, dentro il ristorante, si ritrova una vasta umanità: camerieri che hanno diversi motivi di ostilità nei confronti del proprietario dispotico, un cuoco perseguitato dai suoi sogni irrealizzati, il figlio del padrone ribelle alle volontà del padre e un anonimo quanto misterioso cliente: Ash infatti è un giocatore professionista, ma questo gli altri non lo sanno. Dietro alle carte si cela uno scenario non nuovo al mondo del teatro contemporaneo, si dipanano strategie e tentativi d’intuire le mosse dei rivali seduti al tavolo, ma soprattutto emergono le vite dei protagonisti con ansie, tensioni, paure e anche ostilità sopite all’interno del gruppo.

Il gioco della vita – Sotto la superficie di una commedia, di per sé semplice, si cela un grande spaccato e un atto d’amore verso il gioco con una profonda riflessione sulla vita. I primi due atti presentano, in un lungo e avvincente preludio, le storie di tutti i singoli protagonisti prima che si avventurino nello scantinato del ristorante. L’intero ultimo atto, invece, è una sorta di lungo e avvincente thriller incentrato sulla partita vera e propria. Obiettivo comune: la speranza di vincere, almeno una volta, il match decisivo e rifarsi così sulla vita.

Il registro utilizzato è un mix di generi, una sorta di commedia noir, difficile da non seguire con passione, e condita da una dissacrante comicità, come è nello stile dell’autore Patrick Marber: autore della sceneggiatura di film come “Closer” e “Diario di uno scandalo”, per cui ottenne anche una nomination ai premi Oscar e al Golden Globe nel 2007.

“Poker” mette quindi in scena tante storie di vita, riunite da una passione comune: quella partita a carte della domenica sera. Dietro ogni personaggio, con la sua speranza di vittoria, c’è la ragione di vita dei singoli giocatori: quello che spera di portare a casa i soldi per sistemare i propri debiti che lo assillano da tempo; quello che vive di scommesse sperando sempre nel grande colpo che potrebbe ripagare le sconfitte della sua insipida quotidianità. Quello, invece, che sogna semplicemente di potersi concedere una vacanza lontano dall’amato, e al tempo stesso odiato, ristorante. Fuori da una città – Londra – piena di lustrini e attrazioni per turisti ma che alla fine diventa, per chi ci vive e lavora, una grande routine fatta dalle stesse strade, con gli stessi orari e le facce tutte uguali. Tutti i protagonisti dello spettacolo teatrale, ognuno in modo diverso, provano a mettersi in gioco concentrando il massimo dei propri sforzi attorno al tavolo, alla ricerca del grande colpo capace di riscattare una vita intera.

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I personaggi – Gran maestro della partita, oltre che dominus del ristorante stesso, è il proprietario dell’attività commerciale, Stephen, uomo dispotico, autoritario e pronto a mettere in riga tutti: dai camerieri riottosi al figlio considerato “degenere” perché non intenzionato a seguire le sue indicazioni sulla vita e sul lavoro. Proprio il rapporto tra Stephen e il figlio (Carl è il suo esatto opposto) è un tema nel tema. Quella partita, appuntamento imperdibile nelle vite dei due, è infatti l’unico momento in cui padre e figlio riescono a deporre le armi e stare insieme senza doversi scontrare.

Accanto a loro ci sono il cuoco Sweeney: alle prese con una complicata, quanto sfuggente, situazione familiare da cui non riesce a uscire e che lo attanaglia, giorno dopo giorno, sempre di più. Portandolo lontano dai suoi sogni e dalle sue ambizioni, spinti sempre più in fondo al cassetto dei “vorrei ma non posso”. Oltre a Sweeney, altri due lavoratori del ristorante: sono entrambi camerieri ma con personalità estremamente diverse. A un lato del tavolo verde c’è Pollo: timido e impacciato con tutti nella vita, ma che in quel brivido settimanale prova a essere qualcun altro sognando impossibili rivincite. L’altro cameriere è Frankie: un inguaribile tombeur de femmes, alla ricerca continua di soldi e nuove sfide, sicuro di sé e della propria buona stella. A scombinare i piani di tutti loro arriva, avvolto dal mistero, un cliente del ristorante. L’unica cosa che si sa è il suo nome: Ash, così lo presenta il figlio del proprietario che lo introduce agli altri giocatori superando le loro iniziali reticenze.

Lezione di vita – “Il poker è un gioco di sacrificio dove non si migliora se non si soffre”. Questa una delle frasi clou dello spettacolo, una verità legata a un gioco amato e conosciuto ormai da almeno due secoli, che diventa metafora dell’esistenza di ogni singolo individuo. Il gioco si fa senza esclusione di colpi e ben presto escono le rivalità, e i non detti, della vita quotidiana mentre su tutti aleggia la sconfitta più cocente, quella che non riguarda il tavolo verde ma la propria esistenza. È così che fa capolino la fortuna, convitata di pietra, nascosta dietro una carta che si spera essere la vincente. Ma se così non fosse potrà sempre baciarci alla prossima mano. Quella di una nuova partita, di un’altra domenica sera o, perché no, di un’altra vita.

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